Francesca Pasini, L’era successiva: vuoti d’aria e sguardi doppi

L’era successiva, catalogo mostra Galleria Nuova Morone, Milano, 2015

Il lavoro di Mariella Bettineschi è contraddistinto dalla continua ricerca di nuove forme, nuove tecniche, nuovi linguaggi. La sua passione riguarda l’influenza del tempo. Metabolizza il dialogo con maestri amati come Burri nelle tavole incatramate, dipinte (Artigli, 1987), mentre nei monocromi (Piano di fuga, 1989) appare una dedica a Fontana, ai suoi Teatrini. Ma oltre al libero contatto con chi l’ha preceduta si è lasciata attraversare da esperienze di manualità (Piumari, 1981), dal ricamo su varie superfici, compresa la carta, per approdare all’installazione, alla fotografia, alla manipolazione delle immagini, che è la domanda e l’esperienza che coinvolge il presente. Il disegno è una pratica che affianca tutta la sua ricerca.

Così mette in opera una sua personale via all’eclettismo. Non c’è, infatti, invenzione che non produca una variante, mentre la tentazione di abbandonare le proprie figure, o il sistema di rappresentarle, e di lasciarsi catturare dalla mobilità delle intuizioni, è la sorpresa che ognuno si aspetta dall’arte. Un legame sotterraneo, eppure visibile, tra manualità e struttura immaginativa, mette in primo piano la smaterializzazione prodotta dalla luce. E’ il perno attorno al quale ruota la sua idea di fotografia, alla base anche di questa mostra. La parentela con la luce si esplicita nella complementarità tra l’immagine stampata e lo spazio bianco che fa parte della stessa lastra fotografica.

L’era successiva è il titolo che dal 2008 accompagna uno sfaccettato insieme di fotografie. Come Mariella Bettineschi ricorda: “Nel 2008, quando tutto sembra lì lì per sparire, ho pensato all’era successiva narrata da Anna Maria Ortese. Io vengo dalla pittura e dalla scultura e uso la fotografia, mia o presa da libri, come materiale. Manipolo, taglio, incollo, formo e deformo le immagini, come nella tecnica del collage, per riportarle alla pittura. Poi le stampo su vetro o plexiglas e così accentuo l’ambiguità della visione: l’occhio si perde fra l’immagine e il suo riflesso, moltiplicato dallo specchio retrostante”.

Inizia una lunga affabulazione tra le immagini del mondo. Una delle prime è quella del propulsore SSME (Space Shuttle Main Engine) della Nasa. L’immagine è rovesciata quasi a dimostrare che il “cielo” che sovrasta il quotidiano è ormai legato alla tecnologia più che alle stelle. Da qui, il cielo si apre
sopra i mondi dell’arte, della letteratura, della natura. Le fotografie hanno, più o meno, al centro vuoti gassosi o poggiano su zone bianche che fanno da “piedistallo” all’immagine.

Nella rappresentazione dell’aria che svuota l’immagine o della fascia bianca, si manifesta l’imprevisto non impressionabile nello scatto fotografico, ma anche la distruzione dell’ambiente naturale, l’evaporazione di coordinate culturali. L’era successiva è deducibile da quanto è successo prima, ma non è mai del tutto a fuoco mentre la si vive, quindi questi vuoti d’aria alludono all’imprevisto, non ancora definibile. La porzione di lasta fotografica bianca, che raddoppia molte immagini, sembra suggerire uno spazio indeterminato, da impressionare con l’immaginazione. Mentre gli “incidenti” di messa a fuoco lasciano fluire il vuoto che spesso percepiamo di fronte alla natura. In questa mostra Bettineschi mette a confronto, come in una scena teatrale, immagini di boschi, di stagni resi evanescenti da questi soffi di vuoto e nebbia, a ritratti di donne di Raffaello, Palma il Vecchio, Leonardo, Tiziano, Caravaggio, Bronzino, dove, oltre alla fascia bianca che raddoppia l’immagine, gli occhi dei volti sono raddoppiati. Una specie di strabismo che proietta il passato verso un futuro-presente, in cui sembra necessario aggiungere luce per compiere il molteplice movimento tra lo sguardo dei grandi maestri della pittura italiana, quello delle figure ritratte e quello di chi le guarda oggi.

Nel dialogo tra natura e pittura si inseriscono le immagini di alcune preziose biblioteche: Casanatense di Roma, Marciana di Venezia, Trinity College di Dublino, Apostolica del Vaticano. Tutte sono coinvolte da una dilatazione nebbiosa che allarga e vanifica i confini architettonici. Una metafora evidente della diffusione del sapere, coagulato in quei milioni di libri. Ma anche l’imprendibile emozione che spesso ci tocca quando siamo trasportati altrove da quello che leggiamo, o quando pensiamo alla Biblioteca di Babele messa in opera da Borges. Insomma, in quel vuoto che sembra disossare la struttura architettonica si sente la potenza del pensiero copiato dagli amanuensi, raccolto in codici, archivi, frammenti e in tutti i libri che la rivoluzione della stampa ci ha garantito. Si sente anche il rischio della dispersione del sapere, l’imbarazzo di fronte all’inesauribile compito di scrivere, l’inadeguatezza rispetto al tempo concesso.

“L’incidente” della messa a fuoco, che Mariella Bettineschi introduce in questi spazi costruiti e in quelli naturali è, infatti, una possibile figura della transitorietà. Fornarina, La Bella, La Dama con ermellino, Violante, Giuditta, come agiscono dentro questo panorama? Ci chiedono di andare oltre il loro tempo, di spostare lo sguardo dalla storia alla relazione soggettiva, oggi. Nei loro occhi troviamo lo sguardo di Raffaello, Palma il Vecchio, Leonardo, Tiziano, Caravaggio e anche con loro dobbiamo stabilire un rapporto d’intersoggettività. Come nei boschi, negli stagni, nelle biblioteche il soffio del vuoto indica un gesto da compiere dentro di noi, così in questi occhi raddoppiati appare la metafora di un incontro tra sé e l’altro, che riguarda sia la storia, sia il presente.

“Mi sto chiedendo da tempo – dice Mariella Bettineschi – perché scelgo donne rinascimentali come testimoni de L’era successiva. Ora ho capito: perché sono integre, non hanno ancora subito la frattura che avverrà nella pittura, guardano oltre. Quindi, affido a loro ciò che si sta misteriosamente avvicinando”.

Il taglio che raddoppia i loro occhi ci avverte che l’integrità, che ha colto chi le ha dipinte, proviene soprattutto da chi si dota di un proprio sguardo. E’ un taglio che ha modificato radicalmente i rapporti tra i soggetti viventi e tra i soggetti osservati e dipinti.